La verità storica non è una sentenza

«La verità non è un pensiero statico, ma un atto dinamico, mai concluso. Non è consentito ai mortali possederla, ma avvicinarvisi per mezzo di passi successivi e con animo libero non è impossibile.» (Anonimo, 2012)

La civiltà di un Paese si misura anche dal grado di storicizzazione del suo passato e in particolare dal coraggio di guardare ad esso senza l’ansia di dover nascondere gli eventi. Non possono essere le indagini della magistratura a fare luce sui particolari storici di una Nazione, né le ricostruzioni sommarie frutto di mezze confessioni tardive.

Un’informazione non accessibile a tutti o, peggio, filtrata da istituzioni, fondazioni o organizzazioni allineate su un pensiero unico, crea le basi per una Nazione senza Storia, in cui l’informazione veicolata ad orologeria smette di avere una funzione conoscitiva, diventando fatalmente strumento di lotta politica, di depistaggi e di speciose agiografie. Una Nazione senza Storia, una Nazione che teme la propria storia, è una Nazione che non pre-vede il futuro, che costruisce questo futuro su piedi d’argilla e che, inevitabilmente, ne subirà le conseguenze.

È il velo del segreto di Stato sulla storia italiana a dover cadere, per il bene dell’Italia e per restituire la giusta dignità a fatti storici avvenuti nel nostro Paese.

Negli Stati Uniti, un Paese che sul controllo e sulla circolazione delle informazioni ha costruito parte della sua grandezza, in base al Freedom of Information Act gli atti del governo federale vengono declassificati dopo 50 anni e resi pubblici. Rendere pubblici gli atti dei servizi segreti è l’unico modo per fare luce sul passato di una Nazione e di un Popolo. Un Freedom of Information Act sarebbe essenziale in una Nazione mai realmente pacificata, perché l’Italia ancora oggi non ha rinfoderato la spada.

Non ci si avvicina a certe verità attraverso i processi – che molto spesso alimentano la confusione senza raggiungere un risultato – del tutto inadeguati a stabilire il grado eventuale di responsabilità dello Stato nella morte di Placido Rizzotto, a discernere i rapporti tra le potenze straniere e i partiti politici italiani, ad accertare scomode verità su mafia, Vaticano e Stati Uniti, a denunciare le responsabilità nella morte di Enrico Mattei; processi inadeguati a scolpire la luce per far emergere con nettezza le inquietanti ombre che avvolgono la strage di piazza Fontana.

Il futuro di un grande Paese e la dignità della verità storica non possono dipendere dall’attività investigativa di uno o più magistrati. Bisogna saper distinguere la verità processuale e la verità storica, perché per troppo tempo in Italia i due momenti sono stati confusi, attribuendo un ruolo alla magistratura che non soltanto è pericoloso – se la storia la scrivono i magistrati, dobbiamo seriamente preoccuparci – ma soprattutto non le spetta.

E allora cosa fare? Aprire gli archivi di Stato, togliere il segreto di Stato su fatti e misfatti accaduti negli ultimi 70 anni. Riposizionare le tessere della nostra storia per tracciare una linea netta e definitiva su quella che possiamo definire, senza timore di essere smentiti, una guerra civile che ormai permane dall’8 settembre 1943.

6 commenti a “La verità storica non è una sentenza”

  1. ciospo scrive:

    non credo che aprire gli archivi di Stato porterebbe a chiarire le vicende oscure della recente storia italiana.
    se come molti sostengono dietro a stragi efferate e ad omicidi eccellenti ci fossero la cia,il kgb ,i servizi deviati o la spectre probabilmente avrebbero da tempo provveduto a cancellare tracce,verbali,informative e testimonianze.
    restano i morti,tanti,troppi che non saranno mai onorati dalla punizione dei colpevoli materiali e tantomeno dei mandanti.
    comunque si provveda a qualcosa di simile ad un Freedom of Informatio Act per dare uno strumento in più ad una democrazia ferita.

  2. Historicus scrive:

    Certamente un FOIA nostrano risolverebbe
    molti problemi di documentazione e obbli-
    gherebbe le istituzioni alla trasparenza.
    Inoltre le stesse istituzioni potrebbero
    varare dei progetti di apertura degli archivi su temi particolarmente caldi, anche recenti.
    Un esempio francese sarà illuminante.
    Sul sito del Ministero degli Affari Esteri francese vi sono due dossier speciali sulla caduta del muro di Berlino
    e sul golpe sovietico del 1991. Certo una selezione di documenti ma è sempre meglio di niente.
    Negli Stati Uniti esistono poi centri di
    studi indipendenti che letteralmente sep-
    pelliscono le agenzie federali di “FOIA requests” costringendo a desecretare migliaia di pagine messe poi a disposizione degli utenti sul web.
    Andate a vedere la pagina del National Security Archive per farvi un’idea di
    quanto vi sto raccontando.
    Perfino le operazioni più riservate lasciano una traccia, basta sapere come,
    dove e cosa cercare.
    Ma l’occultismo e il sensazionalismo da noi ha sempre prevalso a scapito della ricerca storica solida e paziente.

  3. QR DeNameland scrive:

    Ma se il Freedom of Information Act prevede un segreto per 50 anni, da noi tutt’al più potrebbero rendere pubblici gli atti fino al 1962. Per Piazza Fontana e terrorismo dovremmo aspettare ancora. E comunque secondo me non ci devono poi essere tutti questi segreti, e interessano sempre meno persone.

  4. Antonio scrive:

    Antonio Bruno, proprio perché condivido la sua opinione di vivere ancora oggi i postumi di una guerra civile, mi guarderei bene dall’aprire gli archivi segreti, consegnandoli a studiosi impazienti di essere imparziali o ad un’opinione pubblica prevedibilmente faziosa. Tra revisionisti e negazionisti, finiremmo per usare la storia come pretesto per fare guai seri.

  5. Angela scrive:

    “…se la storia la scrivono i magistrati, dobbiamo seriamente preoccuparci…”

    Eggià, è quello che occorre impedire ma temo sia tardi.

    In quanto al suo auspicio, non se ne farà niente. Ehm… troppa “menta”, direbbe qualcuno. E forse, quel qualcuno non ha tutti i torti.
    La Verità potrebbe essere dannatamente scomoda.

  6. Luigi Cifra scrive:

    c’è ancora il segreto di stato su documenti relativi all’annessione delle Venezie all’itali, figurarsi su anni più recenti…

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