Illusionismi politici

Nelle condizioni in cui è ridotta l’Italia e l’intero Occidente temo che ormai la politica sia mestiere da illusionista, da Silvan o da Silvio B., venditore di sogni capace di indurre grandi masse di individui a fidarsi prima della cultura e poi del mercato, che è come proporgli di acquistare un biglietto di prima classe per il viaggio di inaugurazione del Titanic, con tutte le conseguenze del caso.

E più i Titanic affondano, più i politici si arrovellano su come far sognare alla gente un futuro migliore del presente. E in Italia gridano: “Correte, dopo i grilli parlanti, abbiamo primarie a profusione”. E i più, dopo aver scommesso, spesso inutilmente, su una laurea o una impresa, passano alla politica per pagare l’arrosto agli illusionisti, e l’osso spolpato agli illusi.

In realtà, quando la scuola ha sfornato i suoi diplomati e laureati che il mercato non assorbe per problemi di quantità, o qualità, non ci sono correttivi economici o politici che possano sanare lo sfascio conseguente.

Ma a prescindere dalla qualità della formazione, anche solo agli errori quantitativi della scuola non c’è riparo, perché ancora nessuno ha capito che l’offerta di istruzione deve adeguarsi e modellarsi alla domanda di lavoro che viene dal mercato, per non creare in eterno esuberi di forza lavoro condannati alla disoccupazione o fuga di cervelli, o inflazione di aspiranti professori, giornalisti o politici a caccia di cattedre e scrivanie inesistenti o parassitarie.

Perché un laureato che finisce per dover affettare mortadelle in un supermercato (e in Italia è già sfacciatamente fortunato così) non è certo un affarone per sé e per la collettività che s’è dissanguata per finanziare la scuola. E per avere una idea di quanto vale oggi la cultura in Italia; pensate che mezzo secolo fa il più scalcinato dei contadini guadagnava abbastanza per laureare, sistemare e sposare anche cinque, dieci figli, garantendo casa e futuro a tutti. Oggi pure i figli unici laureati devono rassegnarsi a rimanere con i genitori, perché il mercato, se pure accetta la qualità della formazione italiana, ormai rifiuta da almeno tre decenni la quantità di istruiti prodotti dalla scuola italiana.

In altre parole, la cultura che non è “fresca di giornata”, cioè modellata e adeguata ai bisogni attuali del mercato del lavoro, è cultura improduttiva, quindi in-cultura: che differisce dalla produttiva, quanto le cambiali dalle banconote.

L’idea che la cultura sia sempre alle quattro stagioni, utile in ogni tempo, luogo e condizione giuridico economica è una grossa panzana: utile a garantire continuità di stipendi ai docenti e precarietà e fame ai discenti.

Quindi in Italia il mercato si ritrova a pagare una quantità mostruosa di costi di formazione che non producono risorse umane spendibili in Italia in maniera produttiva e contributiva: solo assistenzialismo a perditempo, girovaghi e in politica mangiapane a tradimento, insomma, default garantito.

Le imprese agricole pagano la scuola perché produca contadini, le edili finanziano per avere muratori, le metalmeccaniche chiedono fabbri e meccanici. Ma se la scuola produce solo filosofi, economisti, linguisti, avvocati, comunicatori e ciarlatani, tutto quello che ha speso il mercato per finanziare la scuola è buttato nel cesso, anche se la scuola sforna geni di primissima qualità, Einstein al cubo, ma che cercano occupazione per sé invece di crearla per gli altri. Magari cambieranno fra 500 anni il futuro dell’umanità come Leonardo o Galilei, ma di questo passo non è certo che i popoli ci arrivino.

Tant’è che il nostro super Mario si spompa ad offrire imprese al costo di un lecca lecca, (1 euro), ma i laureati italiani preferiscono darsi all’ippica, per non finire macellati due volte: dal mercato come imprenditori e dal fisco come contribuenti.

E la politica, non trovando i soldi per rifinanziare le imprese danneggiate dai disservizi pubblici di tutte le razze (e ora pure dal terremoto) e saziare la fame di risorse umane utili al mercato, apre le frontiere, attira gli immigrati ed è uno sfascio peggiore. Oppure aumenta il costo del lavoro e anche i geni finiscono a spasso, perché le imprese che non falliscono delocalizzano.

Perciò smettiamo di rincorrere miraggi, perché ai sogni quantitativi della scuola e del sindacato fanno puntualmente seguito gli incubi del mercato che ormai in Italia rischiano di sconfinare in default. Qua c’è troppa gente col potere di creare vistosi strappi nel mondo traballante delle imprese, che poi la politica ricuce a colpi di toppe tributarie e finanziarie trasformando i buchi in voragini incolmabili.

E’ chiaro che il lavoro di progettazione culturale del popolo affidato alla scuola è da sette fatiche di Ercole, è l’antipasto qualificante o meno del pranzo politico che ne segue. Quindi i professori sono sempre e comunque da ringraziare e magari pure in ginocchio. Ma proprio per questa ragione, chi immagina la politica come una forma di contabilità superiore, con paccate di miliardi travasate di qua e di là, di politica ha capito poco. Cambi mestiere!!!

La politica vera, è qualificazione culturale e morale di tutti i cittadini, e soprattutto delle risorse umane necessarie a produrre i servizi pubblici che rendono produttivo di profitti il mercato. Senza i quali non c’è Stato di diritto che non retroceda in Repubblica delle banane, per sovraccarico di “prof.” e “dott.” impegnati a tutti i livelli a fingere di rifare per l’ennesima volta l’Italia, senza aver mai consentito a scuola e stampa di fare gli italiani una buona volta per tutte.