Leadership e premiership. L’importanza delle riforme

Bandiere-Pd
Cosa ha fatto di Renzi, il protagonista di una importante stagione politica? Le riforme annunciate, e sopratutto le riforme fatte.
Un distacco enorme dal riformismo parolaio della sinistra e da quello pavido del centro. Un riformismo dall’alto? Si, in parte e questa è stata anche la ragione del suo fallimento, ma i reazionari si sono vendicati bocciando a prescindere un sistema costituzionale che avrebbe stabilizzato l’Italia delle riforme e (ma questo è cretino dirlo) avrebbe consentito anche di farle meglio e di farne di più.
Beleltristi distinguisti e peggioristi si sono uniti contro il “migliorista” Renzi. Ha ragione Paolo Mieli, i sostenitori (tutti) dei sistemi maggioritari e del ballottaggio appena emerso che al ballottaggio essi stessi avrebbero preferito votare “contro” più che “a favore” sono diventati contrari a ciò che erano stati. Appena apparso Grillo, da destra a sinistra, da D’Alema, ex presidenzialista a tutto l’ex Pds della stagione dei sindaci, hanno votato No alla semplificazione del sistema ed hanno poi plaudito a quella specie di piccolo golpe della Corte Costituzionale che ha chiuso il cerchio. Mettendo fuori legge, nel sistema mediatico politico, l’unica modalità elettiva che ancora tiene legate istituzioni e popolo, rappresentanza e governo in migliaia di comuni: il doppio turno. E’ stato un golpe in due tempi con la maggioranza del popolo d’accordo, come è avvenuto spesso. Il popolo ha deciso di lasciare tutto così e di non decidere più chi lo governa accontentandosi di decidere chi lo rappresenta, sperando che l’uomo o la donna nuova, che li rappresenterà in Parlamento e che potrebbero non conoscere mai, sia meglio di quelli di prima: 10, 100, 1000 Virginia Raggi. Con licenza di allearsi.
Dobbiamo prenderne atto? Solo fino ad un certo punto. Diciamo che discutendo di legge elettorale è importante difendere qualcosa della vocazione maggioritaria del PD perché non era una esigenza del PD, ma dell’Italia. Non mi sento di difendere il ritorno delle coalizioni perché distruggono la necessità di governare. Salvano solo l’illusione di vincere, ma omettono di dire per che cosa e con chi.
Né con Alfano né con Pisapia avremmo la garanzia del 40% e, neppure, una volta avuta di un governo stabile. La speranza che questa prospettiva combinata con le primarie ci darebbe un premier ed un governo si fonda sul nulla. Allora?
Allora il problema è affrontare la costruzione, sulla base programmatica delle riforme fatte, da fare, di un fronte europeo ed italiano l’alternativo alle forza protezionistiche, sovraniste, identitarie, combattere apertura contro chiusura, innovazione contro conservazione. Un’area che deve battere anche il conservatorismo dei partiti socialisti (in queste ore a Strasburgo i Tedeschi sono più tedeschi che socialisti sui temi degli aiuti al terremoto) che affronti anche i temi della povertà aumentando la crescita su scala regionale e globale a partire dal rinnovamento del patto europeo. E‘ un cammino difficile che può avviarsi solo un rilancio ed un approfondimento delle tesi che Matteo Renzi ha fatto sue, facendo più di ciò che ha detto. Non è un problema di remise en cause del riformismo, ma di gravitas e autorevolezza di un gruppo dirigente tutto da conquistare e costruire. A questo dovrebbe forse dedicarsi il leader dei democratici guardando al popolo dei Sì, ma prendendosi la briga di andare anche ad un forte confronto interno. Un congresso aperto agli elettori, ma di linea e di nuove regole di funzionamento.
La vocazione maggioritaria deve esserci anche all’interno dei democratici e le primarie servono ma per la cariche monocratiche non per fare propaganda, le regole debbono garantire un governo credibile del partito ed impedire la dittatura anarchica delle minoranze, secondo un criterio di ordine repubblicano. Regole? Si aderisce al PD su base programmatica e in molte modalità libere, ergo si può incidere sul congresso essendo parte del popolo delle riforme. Ci deve essere un criterio maggioritario anche nella scelta degli organismi dirigenti e infine non si eleggono i candidati in base alle percentuali delle correnti.
Se congresso deve essere sia soprattutto uno scontro, per queste linee, con tutto ciò che allontana elettori, militanti e sostenitori delle riforme. Il cacicchismo diffuso al sud, ma non solo, serve più ai cacicchi che ai democratici al netto dei risultati. La confusione e la contraddittorietà, la nostalgie e la illusione di ricette che prescindono dalle condizioni dell’Italia e dal contesto europeo. Trovare una classe dirigente nuova, che costruisca una nuova cultura politica dall’alto e dal basso è il compito difficile ingrato e noioso, ma l’unico possibile del nuovo Renzi. E far arrivare primo alle elezioni politiche un PD credibile è forse l’obiettivo più utile. Il riformismo sono le riforme. Il resto rischia di essere fuffa e fregatura.